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MOLINELLA

MOLINELLA

Molinella (15595 abitanti) si estende nella bassa pianura bolognese ai confini con la provincia ferrarese, con l’altitudine minore (8 m slm) di tutta la cintura metropolitana, bagnato dal fiume Reno, dal torrente Navile e dai canali Botte e Lorgana. Il paese è storicamente conteso tra terra ed acqua, frequente teatro di storiche inondazioni, ed il suo nome deriva dai tanti molini ad acqua che sorgevano sia lungo l’Idice che lungo il Po di Prunaro. Recita un proverbio “Molinella gente bella”: gente pronta alla lotta e allo sciopero, legata alla terra e al duro lavoro nelle risaie, nei campi e nelle officine: in sintesi l’epica figura delle Mondine  e il profilo di Giuseppe Massarenti. Oggi come ieri, il suo territorio è legato a tragici eventi di lotte sociali e politiche come l’Eccidio di Guarda (1914) e i Fatti di Molinella (1949), oltre a una secolare tradizione agreste, alla produzione di macchine agricole, all’artigianato, senza dimenticare  prelibatezze culinarie locali come la torta di riso, la torta di tagliatelle e l’aceto balsamico bianco.

TORRE DI S. STEFANO Si affaccia nel centro storico del paese la distinta Torre di Santo Stefano, simbolo di Molinella presente anche nello stemma comunale. Posta di fronte all’Auditorium, è quanto resta dell’antico castello costruito dai Bolognesi per difendere i confini verso Ferrara. Diede il primo nome al paese stesso che nel 1322 risulta citato come Torre di Santo Stefano della Molinella.  Nel 1390 il castello e la primitiva torre furono distrutti dalle truppe di Alberto V d’Este, alleato di Gian Galeazzo Visconti. La Torre attuale fu riedificata sulle precedenti fondamenta e terminata verso il 1404. Originariamente merlata, solo dopo il 1530 venne configurata con un tetto a quattro spioventi e di una guglia piramidale, culla per le campane dell’adiacente chiesa di san Matteo. Anticamente era stata adibita a carcere, tenuta da un capitano nominato a Bologna, mentre in seguito vi fu sistemato l’archivio comunale.  Dopo un accurato restauro datato 1982, è sede di mostre, eventi culturali,  rassegne teatrali e musicali dal 1995

TORRE CAMPANARIA-EX CHIESA DI S. MATTEO Il centro storico del capoluogo è dominato dalla caratteristica torre campanaria pendente, che affianca l’antica chiesa di S. Matteo risalente alla fine del Quattrocento, oggi adibita ad Auditorium. La Chiesa parrocchiale fu costruita su di un più antico piccolo tempio, come  documentato da un disegno di Ignazio Danti del 1578, raffigurante un porticato a tre archi.  La costruzione del campanile iniziò nel 1727 ma, per la precoce pendenza causata da cedimento del terreno, le cella campanaria fu eretta vent’anni dopo e, fortemente instabile, fu demolita nel 1909.  Fino alla sua chiusura la chiesa ospitava un pregevole organo del Traer (1670) e tele del Giusti e del Sordino. Dopo notevoli lavori esterni ed interni (nel 1780 e nel 1794) si decise di demolire il porticato nel 1915. Si ampliò poi ulteriormente il tempio, a fine anni trenta, con una nuova abside e una nuova canonica. La chiesa è rimasta aperta al culto fino al 1971, anno dell’inaugurazione della nuova parrocchiale.  Nel 1992, dopo il crollo di un muro esterno, iniziarono i lavori di restauro. Nel 1999 fu alloggiata la biblioteca comunale , mentre nel 2000 fu  inaugurato il nuovo Auditorium, caratterizzato per la particolare cura e raffinatezza del recupero, in armonia con le parti decorative dell’edificio religioso. La filosofia del restauro è stata definita anche in funzione dell’uso che ricopre l’Auditorium: eventi musicali, teatrali e convegni in genere sono ospitati nell’ampia sala, attrezzata con 170 comode poltroncine, tutte o in parte facilmente rimuovibili a seconda delle necessità.

MONUMENTO A GIUSEPPE MASSARENTI La statua del “Principe dei poveri” è  il monumento bronzeo intitolato nella piazza omonima a Giuseppe Massarenti (1867-1950), politico, sindacalista, sindaco cittadino e  animatore delle lotte di braccianti e mondine a Molinella, luogo simbolo dei diritti dei lavoratori. Qui si trova l’opera realizzata dall’artista Luciano Minguzzi (1911-2004) nel 1953 su incarico di un Comitato appositamente formatosi. L’illustre cittadino di Molinella è raffigurato in posizione eretta, vestito del caratteristico paletot, con il cappello in testa e con la mano destra dal dito indice alzato in un gesto tipico di declamazione oratoria verso il popolo. Su di un lato è riportata una frase attribuita allo stesso Giuseppe Massarenti: «Opera per l’avvento di una società nella quale il mio bene è il tuo bene, il mio male è il tuo male». Nato in una famiglia di origini umili , rimasto presto orfano di padre, fu avviato dallo zio agli studi universitari in farmacia. Entrò presto in contatto con gli esponenti del movimento radicale e socialista emiliano-romagnolo, guidati da Andrea Costa. Animato dalla difesa dei diritti dei ceti rurali più deboli colpiti dalla crisi agraria e dalla trasformazione capitalista dei rapporti sociali nelle campagne, fondò nel 1892 la sezione molinellese del partito socialista italiano e la Lega di resistenza in cui venivano rivendicate le otto ore di lavoro e l’esercizio di collocamento. Abile organizzatore e difensore dei diritti dei lavoratori, guidò i braccianti agricoli e le mondine nella rivendicazione di diritti sociali ed economici più umani, fondando la Cooperativa di Consumo(1896) e la Cooperativa Agricola(1905). Destituito dalla carica di sindaco, fu costretto all’esilio in Svizzera e San Marino, non perdendo mai di vista l’impegno per i ceti più deboli, guadagnandosi la nomea di “apostolo della cooperazione”. Inviso agli ordini gerarchici fascisti, lasciò di nuovo il suo paese per trasferirsi a Roma, dove venne arrestato nel 1926 e inviato al confino per altri sette anni. Nel 1937 subì un altro arresto e venne rinchiuso in un ospedale psichiatrico romano. Alla fine della seconda guerra mondiale fece ritorno nella natia Molinella dove morì nella primavera del 1950.

PALAZZO DELLE BISCIE Alle porte di Molinella si erge orgogliosa di quel tempo che fu, la Torre del Palazzo delle Biscie. Sotto vi scorreva il Canalazzo che collegava il Po di Primaro a Bologna, con le sovrastanti vedette che dominavano la pianura. Avamposto militare, dogana e rifugio di viaggiatori, la Torre ha ospitato tra gli altri il poeta Ludovico Ariosto e il condottiero Bartolomeo Colleoni, ferito ad una gamba durante la Battaglia della Riccardina del 1467 (passata alla storia come primo conflitto con uso di armi da fuoco pesanti). Dalla fine del Cinquecento il Palazzo diventa residenza dei Malvezzi Campeggi e da allora negli anni si trasforma profondamente, quasi cambiando d’abito ad ogni atto della storia. Dal 2007 si veste dei colori e delle magiche atmosfere delle tele del suo proprietario, l’artista Sergio Frascari, che si è occupato del restauro della Torre, del recupero del Palazzo e dell’ampio parco circostante.

SELVA MALVEZZI Zona un tempo boscosa e selvaggia da cui deriva il nome di Selva, già nei possedimenti di Matilde di Canossa nell’Alto Medioevo, venne donata secondo la leggenda, dalla Contessa ai cittadini di Budrio perché la risanassero e la rendessero fertile, con successiva annessione alla proprietà parrocchiale di Budrio. Il periodo di maggior splendore e autonomia si deve però con l’istituzione del feudo Malvezzi alla fine del Quattrocento: la zona venne data in amministrazione dal papa Callisto III alla famiglia senatoriale bolognese dei Malvezzi. I conti avevano inoltre diritto di sangue sui sudditi come era d’uso nei feudi medioevali. I Malvezzi fecero costruire la borgata, ottimamente conservata ancor oggi, nella quale spiccano il Palazzo del Governatore, residenza del Governatore della contea,(con annessi ospedale, botteghe, magazzini e case d’abitazione); il Palazzo Comitale, residenza dei Conti, eretto attorno al 1455 e il Palazzaccio, fortezza rinascimentale sorta dopo il 1491 ad opera di Matteo IV del ramo Malvezzi Campeggi, per difendere la contea sulla strada per Budrio e Bologna. Una grande torre affiancata da un imponente corpo basso caratterizza l’antico castello, restaurato nel ‘600 e caduto in abbandono già prima dello scioglimento del feudo, utilizzato dagli agricoltori come deposito ed abitazione. In seguito a diversi crolli, l’ultimo nel 1985, la struttura si trova parzialmente in rovina. Il dominio feudale si protrasse fino al 1796 quando, con l’arrivo dei francesi, il territorio fu incorporato nel Dipartimento del Reno.

CAMPANILE DI DURAZZO Durazzo era una frazione di Molinella fino agli inizi dell’Ottocento. Attualmente è solo un nome che si dà alla zona in cui sorgeva il nucleo abitato, oggi parte della frazione di San Martino in Argine. Oggi Durazzo non ha più alcuna abitazione, il campanile è l’unico superstite dell’antico borgo. Il borgo fu completamente abbandonato attorno al 1828 a causa di continui alluvionamenti. La chiesa appartenente a questo campanile fu dismessa da luogo di culto il 28 Agosto dello stesso anno, causa inagibilità, preludio a un successivo crollo. Il campanile stesso, interrato per oltre 3 metri da laterizi e fango lasciati dalle esondazioni dei fiumi circostanti, venne restaurato nel 1992.

CENTRO STUDIO METEOROLOGICO La stazione meteorologica “Giorgio Fea”, localizzata presso il sito rurale di San Pietro Capofiume , e’ di proprieta’ dell’ARPA Emilia Romagna ed il CNR collabora ed implementa misure continue ed esegue campagne di misura da oltre trenta anni. Attrezzata per rilevazioni di gas online biossido di zolfo, ammoniaca, ossidi azoto, ozono , campionamento di particolato atmosferico per speciazione chimica, speciazione in continuo delle principali specie non refrattarie del particolato submicronico (Aerosol Mass Specrometer, AMS) e misure di concentrazione numerica (twin-DMPS ) in collaborazione con l’Universita’ di Kuopio (Finlandia). La stazione attualmente e’ parte del progetto SUPERSITO. ARPA esegue misure radar, radiosondaggi e opera una stazione fenologica. Nella stazione si trovano strutture di supporto all’attività di ricerca: un laboratorio di chimica, coperura wi-fi dell’intera area, distribuzione della corrente elettrica attraverso specifiche torrette dislocate in diversi punti del campo, una torre a due piani adatta al campionamento fino a 7 metri di altezza. Per queste sue caratteristiche la Stazione viene utilizzata per campagne di misura collegate a progetti nazionali ed internazionali. La stazione fa parte della rete internazionale ACTRIS. 

LA VALLAZZA All’interno del Parco La Torretta si estende in una zona umida di 85 ettari “La Vallazza”, area paludosa superstite all’opera di bonifica circostante, di proprietà della cooperativa “Giuseppe Massarenti”, situata sulla strada per Selva Malvezzi. In un’area perimetrale delimitate dai pioppi, un fitto intrico di canne palustri cinge un vasto specchio d’acqua, su cui galleggiano numerose varietà di ninfee e di lenticchie d’acqua, la comune nadrela. E ’l’habitat ideale per rane e tartarughe, bisce e altri rettili acquatici. Qui nidificano abitualmente folaghe, svassi e diverse specie di anatre e non è raro imbattersi in qualche esemplare di airone cinerino. All’interno degli argini e nelle golene libere da colture si riscontra un’avifauna e una vegetazione di analoga tipologia. In alcune zone poderali sorgono infine i masadur, i vecchi maceri, le vasche un tempo utilizzate per la macerazione della canapa. La maggior parte di essi furono interrati quando caddero in disuso, ma quelli ancora esistenti costituiscono un sistema biologico di insospettabile ricchezza, contraddistinto dalla presenza di querce e salici capitozzati, di canneti e di fiori campestri, testuggini, libellule e farfalle.

LA PIANTATA PADANA Ancora ben visibile nelle fotografie aeree della Royal Air Force del 1944, la piantata padana per secoli ha contraddistinto il volto delle campagne bolognesi. Si tratta di un tipo di coltivazione promiscua in cui campi lunghi e stretti di seminativi si alternano a filari di vite sorretti da alberi, i tutori. Anticamente erano di arbustum gallicum, diffuso in pianura dai Romani che appresero dai Galli la pratica della piantata, già nota agli Etruschi. In età moderna la piantata fu particolarmente congeniale alle esigenze dell’agricoltura mezzadrile, che oltre alle colture industriali di canapa e seta, doveva fornire a ciascun podere i prodotti per la sussistenza della grande famiglia contadina. I tutori allora erano l’olmo e l’acero campestre, oltre a salici e gelsi, tipici della pianura.

CHIESA DI SAN MARTINO IN ARGINE Originariamente, la chiesa di San Martino in Argine era la piu’ antica in zona, una chiesa rurale risalente all’XI secolo e distrutta dalla seconda guerra mondiale. Nel XVIII secolo fu riedificata un’altra chiesa in luogo della primitiva struttura fatiscente, con misure più ampie, portando gli altari da tre ad otto. Il disegno della chiesa attuale risale dunque al 1690, attribuito ad Angelo Ventruroli, e i lavori di rifacimento  si coclusero nel 1727. Il 16 maggio 1945 un terribile bombardamento devastò l’intero paese, causando gravissimi danni alla chiesa parrocchiale e alla canonica. La nuova opera di ricostruzione fu affidata all’Ing. Gualandi nel 1950. La facciata esterna della chiesa è caratterizzata da tratti tipologici delle chiese del periodo Barocco, ispirate dal modello della Chiesa del Gesù a Roma del Vignola. L’interno presenta una navata unica, con otto cappelline incassate a muro, divise da pilatri corinzi, che sorreggono archi a tutto sesto. Durante gli eventi sismiici del maggio 2012, la struttura ha subito diversi danni, ripristinati tre anni dopo. 

SANTUARIO DI SANTA MARIA DELLA CORLA Il Santuario prende il nome dalla Corla, un piccolo corso d’acqua che nasceva nei pressi di Budrio e terminava nella palude di San Martino. Venne fondato nel XV secolo presso una piccola cappella dedicata alla Vergine. L’immagine qui conservata era considerata miracolosa e in seguito al crescente numero di fedeli, nel XVI secolo venne eretta una chiesa notevolmente più grande, che è quella che si può osservare attualmente. Nel 1608 venne completato il convento circostante dei Padri del Terzo Ordine di San Francesco che avevano in custodia il Santuario. A metà del XVIII secolo i fedeli cominciarono a diradare e i monaci non riuscirono più ad occuparsi del mantenimento del complesso che all’inizio dell’Ottocento venne sconsacrato e abbandonato. Oggi il complesso è in rovina a seguito di numerosi crolli;  tuttavia è ancora osservabile l’imponente struttura esterna della Chiesa cinquencentesca e del convento.


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