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SAN LAZZARO DI SAVENA

SAN LAZZARO DI SAVENA

San Lazzaro di Savena (32.349 abitanti)  è il primo comune nordorientale nella pianura pedemontana che incrocia la Via Emilia ed è saldato all’agglomerato urbano di Bologna, separato solo dal corso del Savena,  sulla cui sponda sinistra sorge l’omonimo quartiere. Le origini del nome si rifanno all’antico Lazzaretto che nel Basso Medioevo ospitava i lebbrosi a est del’antica cinta muraria di Bologna, (in località Ronco Maruni) Savena; invece proviene dall’etrusco Savena,( vena d’acqua), che lambisce da nord a sud il paese (insieme ai torrenti Zena e Idice). Un Regio Decreto del 1862 ha sancito l’attuale denominazione. I primi insediamenti nel territorio risalgono al Paleolitico, all’Età del rame e all’Età del Bronzo ( con i rinvenimenti  nelle frazioni Croara, Farneto, Castel de’ Britti, Colunga, Pizzocalvo); inoltre, con la vicina Villanova di Castenaso, è stato il primo testimone della civiltà villanoviana. San Lazzaro di Savena custodisce un vero e proprio “tesoro” alle porte del capoluogo: la ricchezza degli itinerari storico-culturali e naturalistico-ambientali spiazzano qualsiasi  visitatore ignaro di tale patrimonio, meta battuta di trekking ed escursioni di varia natura. Se Bologna si è classificata in Italia al 1° posto come Smart City 2016, San Lazzaro le fa degna compagnia con una futuristica Mediateca, fiore all’occhiello bibliotecario multimediale, e un’attenzione particolare dedicata al welfare, sinonimo di benessere per tutta la popolazione di San Lazzaro, meta d’elite per le soluzioni abitative.

CHIESA DI SAN LAZZARO La Chiesa di San Lazzaro è la principale parrocchia comunale. Già nei primi anni del 1200, non distante da Bologna, era stato realizzato un ospedale, (con un’adiacente cappella del XIII-XIV secolo) destinato alla cura dei lebbrosi  con la dedicazione a San Lazzaro. Al termine del Medio Evo, i focolai della lebbra in quella zona si erano esauriti, mentre andava aggregandosi una piccola comunità rurale attorno ai due edifici. Il 15 aprile 1945, alle ore 13:37 un bombardamento anglo-americano della 2° guerra mondiale colpì duramente il comune e distrusse integralmente anche l’impianto chiesastico e l’ex lebbrosario (unicamente la torre campanaria rimase in piedi, ma fu puntellata). Vennero estratti dalle macerie il tabernacolo, l’effigie della Madonna del Suffragio (attualmente conservata all’ingresso dell’archivio storico comunale “Carlo Berti Pichat”), una Madonna dei lebbrosi in terracotta e una lapide in arenaria recante la dicitura: “In questo ospedale si medicano per carità quelli che hanno il male di San Lazzaro”, entrambi ora sistemati all’entrata della casa parrocchiale. Il parroco di San Lazzaro don Biavati promuove la ricostruzione della chiesa parrocchiale, consacrata il 16 luglio 1949 e il giorno successivo è eletta arcipretale dall’arcivescovo Nasalli Rocca. Sorge in un’area poco distante dalla precedente ed è anch’essa intitolata al santo protettore dei lebbrosi. Il progetto è redatto dagli ingegneri F. Maglioni e R. Bettazzi, che scelgono uno stile che ricorda quello bizantino ravennate. Nel catino dell’abside I. Rossi dipinge “la storia del Lazaro mendico”, mentre il prof. C. Pini esegue i bassorilievi dell’abside e dell’altare maggiore. In occasione della Decennale eucaristica del 1956 lo scultore C. Vincenzi realizzerà le stazioni della Via Crucis in terracotta. Le luminose vetrate multicolori, opera di padre C. Ruggeri, saranno invece installate per il Giubileo del 2000.

ABBAZIA DI SANTA CECILIA DELLA CROARA Sulle colline a sud di San Lazzaro di Savena, all’ombra di maestosi pini domestici, sorge l’Abbazia di Santa Cecilia della Croara. Era parte di un antico convento dal quale dipendevano poderi e oratori dei dintorni, di cui è oggi il superstite chiostro annesso alla chiesa.   L’insieme del nucleo costituito dalla chiesa, il chiostro, l’ex convento, il campanile e ciò che resta del piccolo camposanto, è stato proclamato Monumento messaggero di una cultura di pace dall’Unesco. Le origini di costruzione della chiesa sono incerte, ma il primo documento ufficiale che ne attesta l’esistenza è datato 14 novembre 1095. Tra le opere d’arte custodite spiccano una Via Crucis in cotto policromo del ‘600, due quadri del Mastelletta, una Santa Cecilia sull’altare maggiore e un San Girolamo, oltre un dipinto della scuola di Guido Reni raffigurante Sant’Antonio da Padova e una bella pala con Gesù bambino e un angelo, attribuito ad Annibale Carracci. In sacrestia si conserva un’interessante statua in cotto del ‘400 dedicata a Santa Cecilia. Durante il periodo estivo il chiostro dell’abbazia è teatro di eventi culturali e di concerti di musica classica.

VILLA CICOGNA Villa Cicogna è una sontuosa villa del Cinquecento, situata in fondo a un lungo viale di tigli lungo la storica via Emilia. Fu realizzata per volontà di Giacomo dei Principi Boncompagni, figlio di Ugo Boncompagni, divenuto papa nel 1572 con il nome di Gregorio XIII. Il disegno della villa è uno degli ultimi lavori attribuiti ufficiosamente al celebre Vignola, che fu interrotto a metà a causa dell’improvvisa morte sopraggiunta nel 1573, e che prevedeva un secondo piano mai realizzato. Nel Settecento la proprietà della villa passò ai Principi Colonna e Pepoli, mentre nel 1743 Sicinio Pepoli commissionò la decorazione delle sale interne al paesaggista Carlo Lodi e al figurista Antonio Rossi che, in collaborazione con altri artisti, realizzarono quaranta splendidi affreschi aventi per tema la storia biblica, il mito e le vicende belliche dell’Europa settecentesca.

CASTEL DE’ BRITTI Il borgo natio di Alberto Tomba sorge su di uno sperone gessoso, sulla destra del fiume Idice. Il nucleo antico di Castel de’ Britti è rappresentato dai ruderi dell’antico castello appartenuto a Matilde di Canossa, di cui rimane solo l’arco d’entrata posto sul piazzale antistante la chiesa. A poca distanza appare la massiccia e neomedievale Villa Malvezzi. Lungo via Idice al civico 30 è situata Villa L’Abbadia, complesso abitativo  conosciuto anche come Palazzo Montalto. Un tempo nota come Abbazia di S. Michele,  Villa l’Abbadia fu dei monaci camaldolesi fino al 1090 poi dei frati gaudenti di dantesca memoria dal 1262 al 1586, quindi del Collegio Montalto; in seguito alla soppressione degli ordini religiosi compiuta da Napoleone, passò alla famiglia di Carlo Berti Pichat che all’inizio del XIX secolo la trasformò in villa aggiungendo la massiccia torre dell’orologio. Attualmente è una residenza privata, appartenente alla famiglia  Barberi Pandolfini.

MUSEO DELLA PREISTORIA Il museo illustra la storia più antica del territorio bolognese orientale attraverso innovativi criteri espositivi. Dedicato alla memoria dello speleologo bolognese Luigi Donini, si caratterizza per una distribuzione su due piani in isole espositive dedicate ad alcune grandi tematiche della storia dell’uomo e dell’ambiente narrate attraverso ricostruzioni fino ad oggi uniche nel panorama museografico italiano per quantità e grado di verosimiglianza fisionomico-anatomica. Nella Sala dell’Ambiente le ricostruzioni sono a grandezza naturale e riguardano i resti fossili dei numerosi vertebrati dell’Ultimo Glaciale, tra cui spiccano il grande Bisonte delle steppe, il Megacero, la Lepre variabile, così come la ricostruzione di una piccola cavità carsica gessosa ricca di stalattiti e percorribile per alcuni metri. La Sala dell’Uomo cura una serie di ricostruzioni di scene di vita preistorica a grandezza naturale, illustrando il cammino evolutivo dell’uomo, dai suoi antenati vissuti in Africa cinque milioni di anni fa agli ultimi rappresentanti della specie umana giunti in Europa dall’Africa circa quarantamila anni fa: un cammino a ritroso nel tempo attraverso le diverse fasi del popolamento umano del territorio dal Paleolitico al Mesolitico fino al Neolitico. La Sala del Ferro prende in esame il rifacimento di una tipica capanna dell’Età del Ferro, proiettando il visitatore nella quotidianità della civiltà villanoviana, una delle principali culture europee del periodo protostorico diffusasi sul territorio a partire dal IX secolo a.C. La sala espone inoltre un gruppo di tombe munite di corredi rinvenute  in una necropoli nei pressi di San Lazzaro di Savena, a testimonianza di uno dei tratti distintivi della civiltà villanoviana: il rito funebre della cremazione e l’uso di ossuari biconici, ossia contenitori per le ceneri muniti di scodella di copertura. All’esterno del percorso museale è situato il PreistoPark che propone una galleria dei grandi protagonisti estinti dell’ultimo Glaciale, alla scoperta di meravigliosi habitat scomparsi e sorprendenti mutamenti climatici.

PARCO REGIONALE DEI GESSI BOLOGNESI E CALANCHI DELL’ABBADESSA Si estende su una superficie di 4816 ettari e riveste valenza naturalistica. L’affiorarare del minerale di gesso si accompagna alla presenza di forme carsiche superficiali e sotterranee: grotte, tra cui quelle celebri del Farneto e della Spipola, doline, inghiottitoi (buche nel terreno), erosioni a candela e valli cieche. Questo spettacolare labirinto, dove sembra di camminare sulla Luna, è un paradiso per speleologi e naturalisti, e vede celati gli ingressi di oltre cento grotte e numerosi corsi d’acqua sotterranei dai percorsi sinuosi e inconsueti. Un ambiente che ha il sapore di avventura e di mistero, dove anche la fauna si è evoluta e abituata alla vita nell’oscurità: ad esempio, presso la Croara il rio dell’Acquafredda si inabissa per tornare alla luce dopo quasi 3 km, in una specie di seconda sorgente lungo il Savena. Il Parco è il teatro delle contrapposizioni naturali: in superficie, sono evidenti i contrasti tra gli affioramenti gessosi tra i torrenti Zena e Idice, con le grandi doline dell’Inferno e della Goibola, e la Valle cieca di Ronzano chiusa da falesie selenitiche. Il parco tutela anche una zona di selvaggi ambienti desertici nota come Calanchi dell’Abbadessa, formata da argille scagliose, le rocce più antiche dell’Appennino bolognese.

GROTTE DEL FARNETO E DELLA SPIPOLA Nel cuore del Parco Regionale in località Farneto, tramite accesso dal Centro visita “Casa Fantini” , si accede alla Grotta del Farneto,  scoperta nel 1871 da Francesco Orsoni,  che trovò vasi, armi di bronzo, tazze, ciotole, utensili di corno e osso e avviò le prime importanti ricerche archeologiche. La grotta è celebre per alcune sepolture risalenti all’Età del Rame rinvenute dal grande speleologo bolognese Luigi Fantini negli anni ‘60 in un riparo naturale  creato da uno strato sporgente e oggi conservate presso il Museo della Preistoria “Luigi Donini” di S. Lazzaro, il Museo Archeologico di Bologna e il Museo Archeologico Paleoambientale di Budrio. A seguito di lavori di cava, l’intero affioramento e la grotta sono rimasti per anni inaccessibili a causa di una frana che ne ostruiva l’ingresso, fino alla realizzazione di un intervento di recupero e messa in sicurezza che ne ha finalmente consentito la riqualificazione e la riapertura al pubblico nel 2008. Oggi la grotta è meta di visite guidate il cui calendario è disponibile consultando la pagina “Visite guidate”. In occasione della riapertura della grotta, è stata presentata la pubblicazione “La Grotta del Farneto: una storia di persone e di natura” curata da Annalisa Paltrinieri, giornalista da anni collaboratrice del Parco per il settore comunicazione, che, oltre a documentare l’intervento di recupero e messa in sicurezza dell’intera area, racconta la storia del luogo anche attraverso contributi affettivi, testimonianze e ricordi. Anche la scoperta della Grotta della Spipola è opera del buon Fantini. Si accede alla grotta dal fondo di via Benassi, dove c’è l’area di sosta La Palazza, alla Ponticella. Impiegata come rifugio nel corso dell’ultima guerra, la grotta è oggi consideratatra le maggiori cavità europee scavate nei gessi. Alla grotta si accede da un ingresso artificiale costruito nel 1936 dal GBS (Gruppo speleologico bolognese) poco più in basso dell’ingresso naturale, detto Bus d’la Speppla o Buco del Calzolaio. L’ingresso è posto sul fondo della dolina maggiore di tutto il complesso dei gessi bolognesi (oltre 700 metri di diametro): al suo interno trovano spazio doline minori e numerosi inghiottitoi da cui si accede ad altrettante grotte, estesi boschi rivestono invece il fondo e i versanti più freschi, mentre prati coltivi e un rado bosco a roverella, interrotto dagli affioramenti, occupano le aree più assolate e i declivi.

OASI FLUVIALE DEL MOLINO GRANDE L’Oasi fluviale del Molino Grande si estende per una decina di ettari sulle sponde del torrente Idice, all’interno del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa. L’Oasi tutela un tratto di bosco ripariale dell’Idice ed è di particolare interesse per alcune presenze arboree monumentali e per la nidificazione di rare specie di uccelli.  Un facile sentiero permette di costeggiare il corso d’acqua  per circa 2 km verso sud, attraversando una spettacolare vegetazione ripariale, lasciata allo stato di libera evoluzione da venticinque anni. La fauna è quella tipica delle aree golenali, abitate dalla rondine topino, il gruccione ed il martin pescatore. Il nuovo laghetto è ricco di biodiversità, tra cui spiccano due specie botaniche particolarmente rare: il nanufaro e la ninfea sfrangiata. L’area naturale è gestita dal WWF della sezione di Bologna.

188° FIERA DI SAN LAZZARO “Magistratura comunale, San Lazzaro il 28 aprile 1830 …. Veuto a cognizione questa Magistratura che in passato celebratasi una fiera di bestiami e merci in questo Comune, e verificatosi che la medesima è compresa nell’elenco approvato dal Camerlengato si è dall’ill.mo Sr. Priore proposto l’attivazione della medesima, la quale proposizione è stata approvata con voti bianchi n. 13 e neri 3. Proposto la località, e stando alla consuetudine antica si è proposto il prato dell’osteria di questo capoluogo. Posto la proposizione a partito è stata approvata con voti bianchi n. 16 e neri nessuno. Proposta l’epoca della celebrazione della fiera il consiglio ha disposto di tenerla poco prima, o poco dopo alla fiera di Funo, semprechè si possa ottenere l’abilitazione della Legazione …” Con queste parole scritte sul verbale della riunione del Consiglio comunale di San Lazzaro di 188 anni fa nasceva, o meglio rifioriva, la Fiera di San Lazzaro. Letteralmente “fiera” trae origine da forum, cioè piazza pubblica, sinonimo  di mercato, nel caso specifico di bestiame. Così invece esordì Francesco Guccini, tratto dal suo quinto album, Opera Buffa del 1973, in quello che rappresenta “l’inno” vero e proprio della Fira ed San Lazer… “Una bolognese me la fate fare? E anche questa è una canzone ecologica. Esisteva in quel di San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, una fiera mercato molti anni fa, di prodotti ortofrutticoli. A quei tempi così belli e felici eccetera non esisteva il denaro e ogni scambio avveniva in natura. E… uno andava là con queste cose, si scambiava e tornava a casa contento, no? La canzone nella fattispecie narra la storia di un giovinetto che va là, con due piccioni da vendere, scambia i due piccioni con la giovinetta con quello che ne segue…”


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