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SASSO MARCONI

SASSO MARCONI

Sasso Marconi è un comune italiano di 14.612 abitanti della città metropolitana di Bologna, in Emilia-Romagna, il cui territorio occupa la prima zona collinare dell'Appennino bolognese compresa tra la bassa valle del fiume Reno, la porzione inferiore della valle del Setta a sud-est e parte del bacino idrografico del fiume Lavino a ovest. Fino alla prima metà del XX secolo il comune era denominato Praduro e Sasso, per assumere la denominazione di Sasso Bolognese con Regio Decreto del 20 giugno 1935, n. 1386. Nel 1938 assunse l'attuale denominazione di Sasso Marconi, in onore del premio Nobel Guglielmo Marconi.

VILLA GRIFFONE E MAUSOLEO GUGLIELMO MARCONI Residenza principale della famiglia Marconi, da metà Ottocento.  Proprio a Villa Griffone Gugliemo Marconi allestì il suo primo laboratorio e realizzò i suoi primi esperimenti di radiotelegrafia (1895), come riportato anche nella lapide collocata sulla facciata della villa. Marconi proseguì le sue esperienze principalmente nel Regno Unito dove sviluppò il suo sistema di telegrafia senza fili, che poi diffuse progressivamente su scala mondiale. In oltre 40 anni di attività scientifica e imprenditoriale, Marconi divenne simbolo vivente delle radiocomunicazioni.  Il sottostante Mausoleo di Guglielmo Marconi, ispirato alle tombe etrusche e affiancato da due scalee che salgono alla villa, è opera dell’architetto Marcello Piacentini. Le spoglie dello scienziato furono trasportate al Mausoleo con cerimonia solenne nel 1941. L'intero complesso è monumento nazionale. Alla morte dello scienziato nel 1937, la Villa divenne sede della Fondazione Marconi, costituita nel 1938 per tenere vivo il ricordo storico e scientifico del grande inventore.
Parti integranti del patrimonio della fondazione sono la Biblioteca, che comprende alcune edizioni del '700 e l’Archivio con numerosi fondi marconiani e il fondo Catania-Meucci(riguardante l'inventore del telefono) recentemente affidato alla Fondazione Marconi.  La Villa è sede del Museo Marconi, dedicato alle origini e agli sviluppi delle radiocomunicazioni. Grazie all’integrazione di apparati storici, filmati e dispositivi interattivi, il visitatore ha la possibilità di ripercorrere le vicende che hanno caratterizzato la formazione, la vita e l'attività di imprenditore di Gugliemo Marconi nella Compagnia che egli fondò nel 1897. Il momento centrale della visita è la cosiddetta "stanza dei bachi" (per le colture che qui si allevavano): accolti dalle parole di Marconi, si entra nel laboratorio in cui il giovane aspirante inventore mosse i primi passi "giocando" con l'elettricità per poi arrivare, pochi anni dopo, alla grande intuizione della possibilità di comunicare senza fili a grande distanza, superando ostacoli naturali, il primo dei quali fu la collina dei Celestini posta di fronte alla finestra del suo laboratorio.
Nel parco si trovano il busto di Gugliemo Marconi dello scultore Arturo Diazzi (1941), la statua in bronzo raffigurante lo scienziato, alta 8 metri, realizzata dallo scultore Antonio Berti (1974), la ricostruzione dell'antenna utilizzata nei suoi esperimenti, una parte del panfilo Elettra, la stazione radioamatoriale con nominativo speciale IY4FGM e due pietre miliari attribuite dall'IEEE (Institute of Electrical and Electronic Engineers) a Villa Griffone nel 2011 (riconoscimento internazionale quale luogo di assoluta rilevanza per la storia della scienza e dell'ingegneria).
Nella storica sede di Villa Griffone operano ricercatori, oltre che della Fondazione Marconi, anche del Dipartimento di Ingegneria dell'Energia Elettrica e dell'Informazione "Guglielmo Marconi" - DEI -  dell'Università di Bologna e della Fondazione Ugo Bordoni, operante nel settore delle telecomunicazioni.

BORGO DI COLLE AMENO Agli inizi del mese di ottobre del 1944 nella Villa Ghisilieri nel Borgo di Colle Ameno si insediò un reparto della Feldgendarmerie, il reparto di polizia militare della Wermacht comandato dal sergente maggiore Friedrich Brotschy (Fritz).
In precedenza la villa aveva ospitato anche un ospedale da campo tedesco. Dal 6 ottobre al 23 dicembre 1944 Colle Ameno venne utilizzato come campo di concentramento-smistamento per prigionieri civili di sesso maschile di età compresa tra i 18 e i 55 anni.
Colle Ameno era un punto strategico nel retro del fronte, in cui le truppe naziste potevano operare nell'attività di rastrellamento sul territorio con relativa tranquillità.
La cattura dei prigionieri civili avveniva anche grazie ai posti di blocco dislocati sulla via Porrettana sulla quale transitarono, tra l'altro, tutte le persone che nel 1944 vennero sottoposte a sfollamento obbligatorio.
Anche molti degli uomini che scendevano verso Bologna da Marzabotto, compresi alcuni fra i pochi superstiti della strage di Monte Sole, furono catturati in questi posti di blocco. Gli uomini venivano imprigionati indipendentemente dal loro stato sociale, dal loro credo politico o dalla loro militanza, essi venivano catturati in quanto forza lavoro da poter utilizzare in loco o nelle imprese tedesche. Una volta internati i prigionieri erano oggetto di episodi di violenza sistematica: dalle testimonianze raccolte riemerge il tetro ricordo del graduato "Fritz", che si distinse per ferocia e sadismo nell'infliggere minacce, torture e violenze.
I prigionieri catturati venivano sottoposti ad una selezione in base allo stato di salute e di efficienza lavorativa così da essere poi suddivisi in tre categorie: i più giovani e fisicamente validi venivano selezionati come forza lavoro da inviare nei campi di lavoro in Germania, questi erano poi raccolti in gruppi e con-dotti alla stazione di Casalecchio di Reno da dove venivano tra-sportati a Bologna alle Caserme Rosse per essere successivamente trasferiti in Germania. I meno giovani ma ancora abili al lavoro erano aggregati alla organizzazione Todt ed utilizzati coattivamente dall'esercito tedesco per la costruzione di fortificazioni e trincee lungo la Linea Gotica. Gli invalidi e le persone malate venivano fucilate.  Nel piccolo campo, in alcuni momenti, si raggiunse un tale affollamento che non c'era più nemmeno lo spazio per stendersi a dormire e gli uomini prigionieri erano costretti a tentare di farlo in piedi, schiena contro schiena. Non è possibile determinare né il tempo di permanenza dei prigionieri, che era sempre molto breve e non superava i tre-quattro giorni, né è possibile stabilire quanti uomini siano transitati nel campo di Colle Ameno, anche se non pare infondato ipotizzare un numero nell'ordine di tre-quattro mila.   Difficile è ricostruire con certezza il numero degli uomini che trovarono la morte qui o, dopo il trasferimento, in qualche campo in Germania: successivamente alla Liberazione vennero rinvenuti nel grande parco e nei campi a sud del Borgo 19 corpi sepolti in diverse fosse comuni.

CASTELLO DE' ROSSI Bartolomeo de' Rossi, ricco mercante parmense trasferitosi a Bologna, scelse con molta cura il luogo dove avrebbe fatto sorgere la sua sontuosa dimora (la più sontuosa, all'epoca, nel contado bolognese), ove dame, paggi e cavalieri avessero la possibilità di passare ore di piacere e di riposo, godendosi la deliziosa vita in campagna, lontani dagli affanni della guerra, come apparve a Leandro Alberti "uno di quelli rarissimi luoghi che in questi nostri paesi si possono ritrovare per li piaceri e i trastulli dell'uomo". La volle alle porte di Bologna, vicino al fiume Reno, circondata da una ricca tenuta agricola, nella valle sotto le ultime colline dell'Appennino ed il bel calanco, tante volte dipinto dai pittori bolognesi. La dotò di "mulini per infranger frumento, e fabbricare carta; et un canale proprio di questi edifizi, fatto con notabilissima spesa", con seghe meccaniche per tagliare legnami, una grande colombaia e scuderie per quasi cento cavalli. Il Castello fu costruito su due livelli in modo da avere una parte più soleggiata ed una parte ombrosa e fresca, a cavaliere del canale del Reno, costruito dai Rossi per garantire con l'acqua la forza motrice necessaria per tutte le necessità del Castello e del Borgo, che nacque lì vicino e la cui corte lambisce il canale. Il Castello ed il Borgo erano autonomi, avevano tutto quello che serviva: bellissimi raccolti, peschiere, scuderie, stalle, frutteti, mulini e segherie. Gli abitanti, curavano l'agricoltura e tutto ciò che era necessario alla sua conduzione. Le loro case - botteghe si affacciano ancora sulla piazza del Borgo dominata dalla dimora padronale e dalla Torre Colombaia. E' difficile dimenticare il Castello così unito alla natura circostante con i caldi colori della pietra e del cotto, con le sue leggere volte a vela ed il suo grandioso e armonioso cortile d'onore.
Le corti, le sale, i loggiati ariosi e le grandi finestre aperte sulla campagna circostante e sul meraviglioso giardino all'italiana asimmetrico, ci portano lontano nel tempo e ci offrono una stupenda scenografia di spazi ampi ed eleganti che si inseguono disegnando scorci suggestivi su questa atmosfera magica.

PIEVE DEL PINO  Si perde nella notte dei tempi. Il primo elenco, fortuito, dei plebanati della Diocesi di Bologna risale al 1300 e fornisce il nome di ben 28 chiese soggette alla Pieve del Pino; corrispondono alle parrocchie attuali, compresi i rispettivi oratori ora in parte scomparsi. Si andava da Sabbiuno a Monte Rumici, dal Reno al Savena compreso Rastignano e Pianoro, allora Riosto. Nei tempi più antichi si chiamò soltanto S. Ansano. E’ opinione degli studiosi che fosse antichissima; un documento del 1056, riportato dal Muratori, ne attesta per primo la sua esistenza. Si riferisce alla liberazione della schiava Clarizia da parte della contessa Willa, avvenuta nella chiesa di Musiano e officiata da Don Benzo di S. Ansano.

OASI NATURALE DI SAN GHERARDO L’apertura dell’Oasi è stata la tappa conclusiva di un progetto di riqualificazione e riconversione dell’area di S. Gherardo: un progetto avviato nel decennio scorso, quando la zona è stata interessata da attività estrattive di sabbia e ghiaia (a cura della società SAPABA). Alla chiusura della cava, come concordato con l’Amministrazione Comunale, SAPABA ha iniziato il restauro ambientale della zona realizzando due vasti bacini idrografici, impiantando alberi, arbusti e piante acquatiche e costruendo percorsi e strutture per l’accesso dei visitatori (il progetto è stato coordinato dall’Ufficio Ambiente del Comune di Sasso Masconi con la consulenza della società specializzata Ecosistema). Un intervento complesso di riqualificazione naturalistica che non ha richiesto l’impegno di risorse pubbliche: i lavori sono stati a carico di SAPABA, la società che ha gestito la cava fino alla sua riconversione. Terminati gli interventi l’area è stata ceduta al Comune, che la gestisce con finalità di conservazione della natura, educazione ambientale (per cittadini e scuole) ed ecoturismo. Oggi l’Oasi si estende per 68 ettari lungo la bassa vallata del fiume Reno e comprende i Calanchi di S. Gherardo – da cui deriva il nome di tutta l’area – e la parete arenaria del Balzo dei Rossi, connesse al fiume attraverso la rete idrografica superficiale. Qui sono state ricreate le condizioni ambientali ideali per la sopravvivenza di specie vegetali rare (sono state ad esempio introdotte diverse tipologie di piante acquatiche autoctone) e di razze animali come pesci, libellule, farfalle, ma anche rettili e anfibi che prosperano nelle zone umide d’acqua dolce (testuggini palustri, tritoni, rane verdi e rosse, raganelle e rospi): Inoltre la piantumazione di alberi e arbusti lungo il perimetro delle zone umide, oltre a consolidarne le sponde, ha arricchito la complessità ecologica dell’ambiente (ai prati aridi, ai querceti e alla vegetazione tipica dei calanchi e delle pareti rocciose si sono infatti aggiunte piante palustri e il bosco ripariate con salici e pioppi), creando i presupposti per l’insediamento di numerose specie di volatili, che hanno trovato nella riserva naturalistica di S. Gherardo il luogo ideale in cui alimentarsi, riprodursi e rifugiarsi durante la migrazione e lo svernamento. Popolano oggi l’Oasi volatili tipici delle zone umide (anatra, germanò reale, svasso, folaga, airone cenerino, martin pescatore, beccaccino, gallinella d’acqua ecc.), rapaci (il falco pellegrino nidifica sul ciglio del Contrafforte Pliocenico) e uccelli dei cespuglieti e delle praterie calde. I visitatori hanno l’opportunità di ammirare da vicino i volatili e gli anfibi presenti nell’Oasi attraverso appositi capanni attrezzati per l’attività di birdwatching e per l’osservazione dell’ambiente acquatico (con possibilità di accesso anche per i disabili)

RISERVA DEL CONTRAFFORTE PLIOCENICO La Riserva, istituita nel 2006, è di gran lunga la più ampia della regione. Tutela il maestoso fronte roccioso che si sviluppa per una quindicina di chilometri trasversalmente alle valli di Reno, Setta, Savena, Zena e Idice, culminando negli scenografici rilievi dei monti Adone (654 m), Rocca di Badolo e Rosso, e poco oltre il confine dell'area protetta termina nel panoramico Monte delle Formiche (638 m), su cui sorge il santuario di Santa Maria di Zena. Le dorate arenarie delle spettacolari pareti rocciose si sono sedimentate sul fondo di un piccolo golfo marino durante il Pliocene (5-2 milioni di anni fa) e conservano importanti testimonianze fossili. Le particolari morfologie modellate dall'erosione, con torrioni, rupi, gole e grotticelle, hanno dato origine ad ambienti diversificati e contrastanti, di grande interesse floristico e faunistico per la presenza, sulle pareti assolate, di piante mediterranee e di una rara avifauna, mentre nei versanti settentrionali, meno scoscesi e rivestiti dai boschi, spiccano faggi, agrifogli e altre specie tipiche dei territori montani. Nel corso dei secoli, e soprattutto a causa dei bombardamenti dell'ultima guerra, sono andati pressoché del tutto perduti i castelli, i borghi e le chiese di epoca medievale, anche se nel territorio rimangono episodi interessanti come le singolari abitazioni di Livergnano, in parte scavate nella parete di arenaria.

ITINERARI ESCURSIONISTICI 

Monte Mario e Prati di Mugnano Le pendici di Monte Mario (466 m) sono percorse da cavedagne e sentieri che consentono di compiere più escursioni di differente lunghezza e difficoltà, sem- pre con sviluppo ad anello e rientro attraverso il vasto parco pubblico dei Prati di Mugnano. L’anello principale, dopo avere attraversato il parco di un’antica villa nobiliare, sale sulla cima del monte seguendo il panoramico crinale che sovrasta la strapiombante parete occidentale del rilievo. Due varianti più agevoli, alla portata di tutti, si sviluppano in prevalenza all’interno del folto bosco che riveste le pendici settentrionali del monte. Un’ulteriore alternativa, un poco più lunga, scende dal crinale alla località di Battedizzo per poi risalire la parete occidentale del monte, con qualche passaggio più esposto e impegnativo, e ricongiungersi all’itinerario principale all’estremità meridionale dei Prati di Mugnano. Lungo tutti i percorsi si incontrano emergenze naturalistiche e storiche di notevole rilievo. Qualche tratto può risultare fangoso nei periodi di pioggia e occorre fare sempre particolare attenzione nei tracciati di crinale.

Monte del Frate e Valle del RaibanoL’ampio anello dell’itinerario si sviluppa, attraverso una piacevole successione di ambienti e paesaggi, tra il panoramico crinale di Monte del Frate (547 m) e le val- lette che si approfondiscono alle spalle della Rocca di Badolo (476 m), toccando alcuni dei luoghi di maggiore valore naturalistico della riserva. Il percorso utilizza sentieri ben tracciati e strade sterrate, presenta pochi tratti ripidi che possono risul- tare scivolosi nei periodi piovosi e richiede una certa attenzione solo lungo il crina- le, quando il tracciato si avvicina al ciglio della parete verticale di Monte del Frate.

Anello di Monte Adone  L’itinerario, che offre ampi panorami e interessanti aspetti naturalistici e storici, èla via più diretta per raggiungere la cima più elevata del Contrafforte Pliocenico (la salita è  lunga poco più di un chilometro e mezzo); presenta un discreto dislivello (poco meno di 200 m) ma si sviluppa per un tracciato non lungo e abbastanza agevole, su sentieri ben riconoscibili e strade sterrate. Dalla vetta si può poi chiu- dere il percorso scendendo lungo il crinale e tagliando il versante settentrionale del monte. Nei pressi della vetta e durante la discesa per il crinale, occorre tuttavia fare attenzione nei tratti più impegnativi ed esposti.

Intorno a Monte Rosso Il semplice itinerario ad anello, che parte dal particolarissimo abitato di Livergnano con le abitazioni addossate alla parete rocciosa, aggira le pendici di Monte Rosso (591 m), offrendo belle vedute ravvicinate sulle imponenti pareti arenacee che sovrastano Sadurano e interessanti scorci dei boschi freschi che rivestono il versan- te settentrionale del rilievo. Il percorso si sviluppa in prevalenza su sterrate poco ombreggiate ed è preferibile non percorrerlo nelle ore della giornata con maggiore insolazione; un poco di attenzione è necessaria solo in un tratto di sentiero più stretto all’interno del bosco nel versante orientale del monte.

ACQUEDOTTO ROMANO

 L'Acquedotto romano di Bologna fu costruito a Bononia. Anche se gli acquedotti costruiti mediante condotti aerei sono più conosciuti, spesso i romani realizzavano acquedotti sotterranei. Questo acquedotto, completamente in galleria (in parte nella roccia ed in parte in terreni rinforzati), risale al I secolo a.C. probabilmente grazie all'imperatore Augusto, anche se a lungo si credette che l'opera fosse stata realizzata in precedenza grazie a Caio Mario (e veniva persino chiamata "Acquedotto Mario"). L'acquedotto, che ha una lunghezza di oltre 18 chilometri con un dislivello di soli 18 metri, attinge dal fiume Setta in quanto i romani compresero che queste acque erano qualitativamente migliori di quelle, seppur più vicine, del fiume Reno. L'acquedotto prelevava l'acqua presso Sasso Marconi e, passando da Casalecchio di Reno sotto la zona del Colle della Guardia, la convogliava in galleria fino a raggiungere l'Aposa, (sotto Palazzo Pizzardi nella odierna via d'Azeglio angolo via Farini[1]) dove una vasca di decantazione (castellum) schiariva l'acqua prima di distribuirla alla città e alle terme mediante il sistema tipicamente romano delle fistulae aquariae (tubi di piombo o terracotta). Oggi il tunnel finisce presso la caserma dei Vigili del Fuoco in viale Aldini. La portata ai tempi dei romani era di circa 35.000 metri cubi al giorno, abbastanza per soddisfare le necessità di una città di 25-30.000 abitanti. L'acquedotto rimase attivo fino al Medioevo, quando, a seguito delle invasioni barbariche e dell'incuria, rimase quasi dimenticato e interrato. Notizie dell'acquedotto furono date nel XVI secolo dal frate Leandro Alberti (Historie di Bologna) ed in seguito da Cherubino Ghirardacci (in Historia di Bologna). Più precise furono le indicazioni di Serafino Calindri nel suo Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico relativo alla montagna e collina del territorio bolognese.
Ma fu solo dopo l'unità d'Italia che Bologna senti la necessità di aumentare gli approvvigionamenti idrici. Grazie all'ingegnere e archeologo Antonio Zannoni ed al conte Giovanni Gozzadini (lo scopritore della civiltà villanoviana) si poté finalmente individuare e ripristinare l'antico acquedotto, che fu rimesso in funzione nel 1881: il 2 giugno di quell'anno l'acqua del Setta poté zampillare da una fontana, costruita per l'occasione in Piazza Maggiore. Ancora oggi l'acquedotto è pienamente in funzione e contribuisce (anche se solo parzialmente) ai bisogni della città.





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